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    May 27

    Ernest e il gabbiano.

    http://i12.photobucket.com/albums/a224/Bimbola82/gabbiani2a.jpg


    Insomma ci pensava spesso,si,ma mai cosi intensamente come allora.Se ne stava sperduta in riva al mare e alla sera quando saliva la marea era come vivere su un barca.La sua casa.A mollo nell'infinito con la possibilità,soltanto pensata,di potersi perdere se partiva un vento forte di burrasca.Aveva un'età,quella dai capelli bianchi e la barba lunga,quella dei pensieri profondi,quella del "E alla fine della vita che ho capito?".Che importa il numero?quella è matematica,la matematica è solo un modo per far esistere le persone in funzione dei numeri.E diventare NUMERI loro stessi.
    Viveva lì da quando aveva perso tutto e tutti.Non gli era mai importato molto di "tutti",un giorno li freghi e loro ti perdonano,non lo fai mai e ti fucilano.Cosi diceva qualcuno e cosi lui aveva capito che fosse.Aveva ancora qualche qualcuno a cui mandare un biglietto d'auguri per natale e un pensiero il giorno del suo compleanno.Capitava anche che si dimenticasse e per anni e poi come un morto risorto prendeva su la penna e scriveva la sua lettera.Lettera che veniva letta da persone che probabilmente non si ricordavano nemmeno chi fosse.Essere solo era la sua più grande gioia.Essere qualcuno solo per sè e il suo mare era sufficiente.Almeno fino a quel giorno.

    I gabbiani stavano sempre là davanti alla sua finestra,lui li osservava tra un vaso di fiori e un vecchio candelabro spento.Erano l'unica cosa che gli ricordava che cielo e mare erano due cose distinte,che laggiù in fondo non c'era nessuna congiunzione.Lo riportavano alla realtà.Capitava che uscisse per buttar loro delle briciole di pane secco.Loro arrivavono in un battito d'ali e godevano della sua bontà.Una volta finito il pane l'uomo diventava inutile,spariva dai loro occhi  e tornavano a tuffarsi tra le onde a cercare qualche piccolo stupido pesce troppo in superficie per sperare di vivere ancora abbastanza a lungo.

    Rafael era il proprietario del negozio di alimentari poco prima dell'inizio del paese.Ernest era il nome del vecchio.Comprava pane per cinque o sei persone ogni due giorni.Viveva solo come un cane.Comprava birra e whisky per vivere,attraverso quella finestra tra un vaso di fiori e un candelabro spento,come un gabbiano.Pagava Rafael con quel che guadagnava vendendo statuette in legno,per lo più volatili bianchi col muso lungo.Prendeva il sentiero con le sue gambe fino alla sabbia al di sotto delle scale del suo portone.Camminare significava tormentarsi l'animo con mille pensieri e sentire passo dopo passo che la vita se aveva un senso,quello era il tormento.Bisognerebbe nascere stupidi per vivere felici,sbottava ogni volta girando la chiave nella serratura.

    Era tutta in legno,un colpo di vento e se la portava via,ma stava fissa lì ormai da 20 anni.Qualche volta un chiodo su una trave scricchiolante,un colpo di martello e via.Entravi e avevi un tavolo costruito a mano con una tovaglia bianca orlata ai bordi,sulla destra.Sedie,una.Poi la finestra tra il vaso di rose e il candelabro ebraico spento,sotto un fornellino arruginito con una pentola per l'acqua calda e qualche ricettario su una mensolina.Infine il bagno e una camera da letto con una sedia e qualche indumento lanciato alla disparata e solo in mezzo alla stanza un letto matrimoniale.

    Quel giorno entrò in casa e vide la finestra frantumata e vetri qua e là per la stanza.Raccolse i vetri.Aveva sempre odiato tutto ciò che avesse spigoli o avesse nel suo senso di esistere qualcosa di male,di doloroso.Prese un sacchetto e lo attacco con pezzi di scotch sulla finestra.Di nuovo silenzio,si sedette,stappò una birra e nel mentre che deglutiva sentì un verso,o meglio,un pianto da sotto il tavolo.Io animali non ne ho,rantolò.Il gabbiano aveva un'ala spezzata e un'occhio con una scheggia di vetro conficcata.

    Ci vollerò tre mesi prima che potesse riprendere da solo il volo.Nel frattempo il vecchio Ernest gli aveva cambiato le garze quotidianamente,dato il pane di Rafael con altrettanta regolarità.Ci si era affezionato talmente tanto che gli aveva dato un nome.Non che senza nome non potesse volergli meno bene,ma aveva l'idea di poterlo chiamare per nome,una volta guarito,e vederselo piombare in casa come un figlio.Lo aveva chiamato Adir. "Adir"la verità lo amava quel gabbiano.
    In tre mesi aveva smesso di scolpire statue.Aveva smesso di scrivere quelle lettere irregolare e non era andato una sola volta all'osteria di quel sarcastico di Charlie.
    Ok.
    Questa era una scusa che li piaceva raccontarsi per dar maggior vanto alla sua azione di salvataggio.Non era stato una sola volta da Charlie dopo quella volta che ebbero una disputa per la signorina Polly.Roba di 40 anni prima.
    Smettere di scolpire calò le sue finanze,smettere di stare alla finestra ad osservare tra un libro e l'altro calò la sua profondità mentale aumentando però quella d'animo.

    Il gabbiano in quei tre mesi mai una volta aveva fatto mancare il suo affetto,quasi come un cane.Se ne stava a due zampe sul tavolo a fissare Ernest aspettando il cibo e le garze nuove.Ci vedeva da un solo occhio,ma avanzava anche,visto che quando era il momento di mangiare,non mancava una briciola.Gli aveva dato una cosa che il vecchio aveva ricevuto una volta sola nella vita.Amore e attenzione.Spesso di offendeva se aveva l'impressione che tardasse ad arrivare il cibo.Allora una volta che Ernest poneva la sua mano piena di briciole lo beccava forte e faceva sanguinare il palmo di una mano ormai troppo vissuto e facile a ferirsi.Non aveva motivo reale di farlo.Insomma dico io,ti danno amore,affetto,cure e cibo e per un'impressione tu "uccidi"? Ernest era troppo ingenuo per credere nell'oppurtunismo di un'animale istintivo.L'istinto è la loro peggior colpa. Fanno male senza accorgersene. Ernest si alzava lasciave le briciole sul tavolo e si bagnava il dito asciugandolo in una coperta,gialla tre mesi prima,bordeaux quel giorno.Non aveva voglia di capire perchè in fondo non c'era nulla da capire.Solo un vecchio ubriaco può credere in un rapporto uomo-animale.Uomo-gabbiano.Le briciole sul tavolo restavano ferme,Adir non le toccava finchè la fame non gli si stringeva in gola.

    Ci vollero tre mesi e Adir guarì completamente,senza un'occhio questo si,ma con la possibilità di tornare a volare e dipingere il cielo di bianche piume.Ritornò assieme agli altri che era impossibile riconoscerlo in mezzo a quel svolazzare.Nessuno poteva riconoscerlo,tranne lui.

    Ora non vi so spiegare esattamente cosa legasse quell'uomo ad Adir.C'era un sentimento di quelli che provi verso un cane,ma per Ernest era di più.Forse vivere 40 lunghi anni in solitudine gli aveva dato alla testa e forse ora che aveva qualcuno a cui dare tutto ciò che poteva,aveva conosciuto la paura di perderlo e restare solo di nuovo.Questione di solitudine allora.La solitudine può farti amare il tuo peggior incubo,non che Adir lo fosse,assolutamente,ma la solitudine ti giochi brutti scherzi e strani miraggi.

    A volte Adir tornava a beccare sulla finestra tra un vaso di rose e un candelabro spento.Lo riconoscevi da quell'escrescenza sull'occhio destro.Vedeva aprirsi la finestra e piombava sul tavolo dove era già pronta una montagna di briciole.Restava lì qualche giorno,mai troppo a lungo per dar la certezza che sarebbe rimasto per sempre.Poi all'improvviso ti svegliavi la mattina e non era più la davanti a sbattere le ali aspettando un fischio e qualche briciola.Prendeva su e se ne andava con tanto spirito di oppurtunismo.Partiva per qualche altro posto,per qualche altro mare,per qualche altra briciola dalla mano di qualcun'altro.E non sapevi mai quando sarebbe tornato.Se ne andava per un giorno o per un mese intero,non c'era regolarità,ma quando tornava dava tanto di quell'affetto ad Ernest che era quasi amore.Amore opportunista.

    Una sera di quelle senza Adir,Ernest aveva bevuto talmente tanto che il mondo intorno aveva cominciato a ballare,il vento a cantare riti di sciamani indiani e il tutto a creare un qualcosa di mistico.
    Aveva perso il suo io dentro un'ennesimo bicchiere di Whisky...tanto che...Adir nei suoi pensieri divenne una donna.Una donna bellissima.Dagli occhi disegnati e i lineamenti scolpiti,come una sua statua.               Perchè lui scolpiva,si,ma mai di gabbiani.            Ha sempre scolpito il suo volto sapendo che un giorno quel viso lo avrebbe incontrato.               Guardava dalla finestra non per i gabbiani,ma per quella sua malinconia di qualcosa che non c'è,che gli mancava.

    E adir non era un gabbiano.Era una donna conosciuta da Rafael.Un donna invitata a cena e poi nel letto.Tre mesi di amore e dedizione.Tre mesi di dedizioni per lei dimenticando ogni sua priorità,sempre che ne avesse.E poi un andare,venire per poi ripartire senza mai darti quel tanto di tempo per poter dire....E' mia.

    Capita che L'amore e la purezza di questo sentimento vengano dati a qualcuno che non ha la facoltà di poterti ricambiare,a qualcuno che vive nella ragione dei fatti e delle parole senza perdersi mai nella regione dei sensi dove solo loro comandono e l'abbandono è un dono del signore e non un castigo del prossimo.Capita che si faccia questo errore,ami chi ama di te il tuo amore......

    Ieri 7 maggio 1844 Ernest è morto nel sonno,mentre sognava di gabbiani e di bende,di arrivi e di partenze.Coma etilico.Un goccio un più e tac.Se l'è portato via qualcuno.Ora si che ci resterà per sempre con qualcuno.Adir è tornato qualche volta a bussare alla finestra del vecchio Ernest.Non gli era mai successo di non vedersi aprire la strada per le sue briciole.Continuò per giorni e giorni a beccare sulla finestra,talvolta sentiva male al becco.Poi un giorno ha smesso,non ha più pensato alle briciole,si era dimenticato di aver fame.Fermo sul davanzale a due zampe aveva cominciato a pensare a chi quelle briciole gliele donava.Ebbe per qualche notte e qualche giorno solo l'immagine di quell'uomo vecchio e solo.Guardava dentro qualche volta e vedeva solo buio,ma nella mente c'era lui che preparava il pane e immaginava le mani che si impegnavano e non quello che ne usciva.Stette fermo sul davanzale per qualche giorno e qualche notte.Una mattina qualcuno aprì la porta,non si sa chi non sa perchè.Aprì anche la finestra ed entrò una folata di vento,ma solo quella.Adir rimase fermo lì a due zampe.Non aveva bisogno di muoversi nè tantomeno di pane.Ora era davvero con l'unica cosa che lo alimentava.Era con Ernest.





    Epilogo:Adir tornò da Ernest due notti dopo il suo bicchiere in più.Bussò alla porta per tanto di quel tempo che se avesse potuto la porta si sarebbe aperta da sola.Non c'era motivo per cui quell'uomo non fosse in casa.Al calar della terza sera passò Rafael.    Ernest aveva lasciato scritto che doveva portare via quei volti di donna incavati nel legno cosi che la sua casa e la sua anima potessero dormire senza più tormenti.Tanti e troppi già in vita per continuare nel silenzio dell'eternità quel circolo vizioso. Passando vide Adir rannicchiata sulle scale con in viso un che da far rabbrividire.Gelo. Parlarono il giusto affinchè lei potesse mandarlo via gridando di essere lasciata in pace.Non era rabbia per la notizia o per chi la portava era rabbia per se stessa.Passò quella notte a capire che era troppo impegnata ad amare l'amore di Ernest affinchè ne potesse usufruire meglio che poteva,per capire quanto in realtà quella era l'unica persona che le aveva dato nella vita qualcosa con il cuore,senza secondi fini,senza intenzioni latenti e pensieri perversi. Restò ferma lì qualche notte e qualche giorno capacitandosi di aver imparato ad amare troppo tardi perchè questo potesse  essere gioia anzichè dolore.Restò ferma lì.Ci restò per sempre.


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